
Scritto il mercoledì, 21 maggio 2008 in:
Cara signora,
ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani,
una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto,
scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si
intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati,
spaventati, e l'altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi:
immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di
spalle: suo marito, presumo.
Nel suo volto, signora, si legge un'espressione di imbarazzo misto a
rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale
di Napoli, dove il campo in cui abitavate è stato incendiato. Sul
retro di quel furgoncino male in arnese - reti da materasso a fare
da sponda - una scritta: "ferrivecchi" .
Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa.
Conosco il suo popolo, le sue storie. Proprio di recente, nei
dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta
sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti.
Nel nostro Paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza. È
un'esigenza sacrosanta, la sicurezza. Il bisogno di sicurezza lo
abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni
comunità, a ogni popolo. È il bisogno di sentirci rispettati,
protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare
disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo. Per tutelare
questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi
di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso
quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché
danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi.
Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita
della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo -
essendo la libertà il bene più prezioso, e voi da popolo nomade lo
sapete bene - doveva servire per reintegrare nella comunità, per
riaccogliere. Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia
che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo,
attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di
coscienza.
Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta
franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate
dall'insicurezza economica - che riguarda un numero sempre maggiore
di persone - e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie
che l'insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà
e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio
nella speranza di una vita migliore.
Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un'immagine. È come se ci
sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il
numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa
percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe
salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla
nave quelli considerati "di
troppo", e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili. La
logica del capro espiatorio - alimentata anche da un uso
irresponsabile di parole e immagini, da un'informazione a volte
pronta a fomentare odi e paure - funziona così. Ci si accanisce su
chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa
è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno
in vittime.
Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose. La storia ci ha
insegnato che dalla legittima persecuzione del reato si può
facilmente passare, se viene meno la giustizia e la razionalità,
alla criminalizzazione del popolo, della condizione esistenziale,
dell'idea: ebrei, omosessuali, nomadi, dissidenti politici l'hanno
provato sulla loro pelle. Lo ripeto, non si tratta
di "giustificare" il crimine, ma di avere il coraggio di riconoscere
che chi vive ai margini, senza opportunità, è più incline a
commettere reati rispetto a chi invece è integrato. E di non
dimenticare quelle forme molto diffuse d'illegalità che non
suscitano uguale allarme e sociale perché "depenalizzate" nelle
coscienze di chi le pratica, frutto di un individualismo
insofferente ormai a regole e limiti di sorta. Infine di fare
attenzione a tutti gli interessi in gioco: la lotta al crimine,
quando scivola nella demagogia e nella semplificazione, in certi
territori può trovare sostenitori perfino in esponenti della
criminalità organizzata, che distolgono così l'attenzione delle
forze dell'ordine e continuano più indisturbati nei loro affari.
Vorrei però anche darLe un segno di speranza. Mi creda, sono tante
le persone che ogni giorno, nel "sociale", nella politica, nella
amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppi e
le associazioni che con fatica e determinazione cercano di
dimostrare che un'altra sicurezza è possibile. Che dove si
costruisce accoglienza, dove le persone si sentono riconosciute, per
ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità , vogliono
partecipare da cittadini alla vita comune.
La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e
sulla giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge
senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è
prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di
istituire un "reato d'immigrazione clandestina" nasce proprio da
questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la
clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza,
tendenza a delinquere, paure.
Un'ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa
foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po'
le nostre coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se
davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei
sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti
italiani, mi creda - anche per essere stati figli e nipoti di
migranti - continuano a nutrire.
La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e
le Sue bambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome
dei tanti che credono e s'impegnano per un mondo più giusto e più
umano.
Don Luigi Ciotti
Presidente del «Gruppo Abele»
Presidente di «Libera - associazioni, nomi e numeri contro le
mafie»
Presidente del «Gruppo Abele»
Presidente di «Libera - associazioni, nomi e numeri contro le
mafie»
DOUClown @ 10:48 | commenti: commenti (popup)






